di noi ha avuto modo di constatare per sé o per i suoi famigliari l’ospitalità dei luoghi di cura e di assistenza, e spesso i giudizi s’intrecciano non sempre con apprezzamenti lusinghieri e univoci, in relazione alle quotidiane esperienze di vita.

Innanzitutto la casa di cura non è un carcere e da questo concetto basilare nasce l’ accento sempre più impellente della necessità di riorganizzare entro le mura di difesa del ricoverato il sistema sanitario, creando una rete coerente, che metta al centro di tutto l’assistito. Molto cammino è stato compiuto; e ciò è innegabile. Ricordo le condizioni abitative e di assistenza degli ospedali e case di riposo da me frequentati nei primi anni delle mie esperienze professionali da medico ospedaliero prima e poi da medico di famiglia. Bisogna avere sempre lo sguardo e la volontà di migliorare.

Al medico va affiancato un direttore, che abbia acquisito un’esperienza specifica e pensi al ricovero dei pazienti come ospiti di un albergo. Un modello questo che purtroppo in Italia è molto differenziato, constatando ogni giorno dai mass-media discrasie e difformità da regione a regione. Sono ancora poche le strutture sociosanitarie in grado di offrire un servizio del genere; così manca un sostegno ai famigliari del malato, che spesso provenendo da altre regioni italiane o dall’estero hanno bisogno di un alloggio durante il periodo delle cure, specie se curati in regime di day hospital (cioè in ricovero temporaneo diurno); si tende, a giusta ragione, a ricoverare il meno possibile per patologie banali, ma soprattutto per patologie più complesse e più gravi.

Ma per seguire adeguatamente le famiglie che ogni giorno ruotano attorno all’ospedale, è prezioso il contributo delle associazioni dei genitori e del volontariato.

Sono organizzazioni che per la loro competenza e affidabilità svolgono un ruolo importante di raccordo con l’equipe sanitaria e parasanitaria infermieristica e con la società civile, che non devono essere umiliate da dannose diatribe interne, concorrenziali. Esse raccolgono segnalazioni, scontenti, disguidi e disservizi: fanno in una parola “ da filtro umanitario”. L’attenzione per questo tipo di servizio nei nostri ospedali, salvo eccezioni, è ancora scarsa.

L’ atto medico deve essere “umanizzato” a qualsiasi livello, dagli ambulatori del territorio, dai medici di famiglia ai luoghi di cura. Il luogo di cura deve essere anche un luogo di accoglienza in grado di offrire un alto livello di comfort alberghiero. In questa nuova concezione, rientra il tema dell’alimentazione, con la possibilità per il paziente di scegliere da un menù i cibi che gli sono più graditi e la flessibilità nell’orario di distribuzione dei pasti.

La casa della salute del futuro, che spero prossimo, dovrebbe essere immersa nel verde, con un numero di posti letto non eccessivo (al massimo 400 posti letto), con camere singole e con annessi i servizi. Al posto degli ascensori, tapis-roulant o scale mobili e poi parcheggi e aree verdi, con isolamento acustico in zone periferiche, assicurando anche dal punto di vista psicologico un ambiente pensato per il benessere del malato. I costi siano sostenibili entro rigorosi controlli di sana economia, intervenendo in quei capitoli di spesa che le ASL destinano ai servizi di cattering o di pulizie, che raggiungono sovente cifre esorbitanti. Devono in conclusione prevalere i concetti quali “ soddisfazione del cliente” e “efficienza dei servizi”. I luoghi di diagnosi, cura e di assistenza sono in continua evoluzione e i processi che li riguardano sono il frutto di una rivoluzione nelle nozioni di “servizio pubblico” e di “utenza”.

Ecco che alcuni esempi di corretta e moderna conduzione dovrebbero diventare “sistema” in tutto il paese. Molto è stato fatto in termini di comunicazione e di snellimento della burocrazia, ora va garantita un’ accoglienza “a misura di paziente”.

 

a cura del Dott. Giuseppe Mosconi